Trasparenza, fiducia, disintermediazione ed efficienza. Questi i quattro fattori chiave di una tecnologia destinata a cambiare il modo di fare business di molte imprese, costrette a ridefinire le proprie competenze, al fine di capitalizzare le opportunità derivanti da quelle che ad oggi, agli occhi e alle tasche degli early adopters, sembrano essere delle vere e proprie miniere inesplorate.

Questi e molti altri gli argomenti affrontati nel primo evento annuale promosso dal CDI, che ha voluto inaugurare il 2017 con un tema ancora per molti criptico, introducendo i principi alla base della tecnologia Blockchain/DLT e delle sue potenziali applicazioni in ambito finanziario.

A stimolare l’interesse e le domande dei partecipanti, il contributo di Vincenzo Agui, membro e fondatore di Assobit (associazione senza scopo di lucro nata con l'idea di promuovere la crescita e la diffusione delle tecnologie Blockchain), membro della Bitcoin Foundation (associazione che si propone di promuovere, diffondere e difendere l’uso consapevole di monete e metodi di pagamento decentralizzati e alternativi, con particolare attenzione per i Bitcoin), e inoltre founder della startup Helperbit, la prima piattaforma basata su Blockchain per gli aiuti umanitari in caso di calamità naturali.

Così come per il binomio Internet - World Wide Web, spiega Agui, anche Blockchain e Bitcoin sono due termini spesso annoverati come un unico concetto. In realtà con il termine Blockchain si indica l’architettura tecnologica alla base dei meccanismi di trust in grado di abilitare nuove forme di scambio peer-to-peer, eseguibili dunque senza la necessità di un organo centrale addetto al controllo. Mentre il termine Bitcoin viene utilizzato per descrivere la criptovaluta, liberamente scambiata tra gli utenti operanti all’interno del network.

Ciò che appare rivoluzionario è proprio il funzionamento stesso di tale tecnologia, basata totalmente sulla fiducia reciproca tra i partecipanti coinvolti nelle operazioni di scambio. Le transazioni sono effettuate dagli utenti, mentre i blocchi della catena sono generati dai cosiddetti miners. Questi, a seguito di complessi calcoli matematici, chiudono le transazioni in sicurezza, “battendo moneta” e guadagnando la potenziale fee rilasciata dagli utenti come forma di incentivo a soddisfare prioritariamente la propria richiesta di transazione. In tal modo si crea il cosiddetto distributed ledger, costituito da un insieme di blocchi cronologicamente collegati tra loro e accessibili da qualsiasi utente.

Su questo scenario di fondo ha preso vita una stimolante discussione, che testimonia ancora una volta, il magnifico risultato ottenuto dal CDI: stimolare interesse e sostenere una sana pratica di apprendimento costante. Numerose le domande poste ad Agui, il quale ha approfondito tematiche tecniche, come ad esempio: la presenza di un complesso sistema di autenticazione e autorizzazione delle transazioni basato sul concetto del multi-signature, che impone la presenza di Public and Private keys; l’importanza di avere un’architettura scalabile basata su un network di nodi decentralizzati; la presenza di Public (Permissionless) and Private distributed consensus ledger, oltre alla diffusione delle cosiddette Sidechain; e infine la facilità di utilizzo di tale tecnologia mediante il possesso di un digital wallet, inteso come un vero e proprio account, mediante il quale effettuare le proprie transazioni.

Al termine della discussione, nonostante forti momenti di smarrimento in merito all’identificazione delle soluzioni radiali dell’equazione di Laplace, in sala si è costantemente perseguito l’obiettivo di promuovere un dialogo basato sull’innovazione. In fin dei conti è sempre stato così, chi vive di innovazione rimane a galla. Questi sono i veri nuotatori, quelli che circa dodici anni fa vennero definiti i “disinteressati alla competizione” da W. Chan Kim e Renée Mauborgne nel loro libro “Blue Ocean Strategy”. Questa volta però è diverso, all’oceano si preferisce la terra ferma, e magicamente gli squali si trasformano in minatori, soppiantando agilmente quelle che un tempo erano branchie necessarie a sopravvivere in torce in grado di illuminare il cammino, e denti aguzzi in picconi affilati. D’altronde si sa, Darwin fu il primo a capirlo e ancora una volta è lui a ricordarci come nella vita: “Non è la specie più forte a sopravvivere e nemmeno quella più intelligente, ma la specie che risponde meglio al cambiamento”.

Perciò, rimbocchiamoci le maniche e cominciamo a scavare.

Marcello Palermo